matadown (28 luglio 2013)

di officinedada

E’ passato quasi un anno dalla gara di Buzet, l’ultima che ho fatto, per il semplice fatto che chiudere un’attività, fare un trasloco e curare due bambini ha assorbito parecchia energia. Inoltre, mi piacciono le gare di downhill ma il mio approccio low tech mi garantisce una costante militanza nelle ultime posizioni. D’altro canto, presentarsi alle gare di enduro con pochi chilometri pedalati nelle gambe, è farsi inutilmente del male.  Quando ho sentito della Matadown, mi si è accesa una lampadina: una maratona downhill con tratti pedalati è qualcosa che permette di chiudere non poco lo svantaggio tecnico della mia bicicletta rigida con i biammortizzati.  Io, con la paziente collaborazione di mia moglie, quella discesa l’avevo già vista: curvoni veloci, rilanci, tratti scorrevoli nel bosco. Praticamente la madre di tutti i singletrack flow.

La gara prevedeva questo piano: partenza in pullman alla mattina da Savogna, arrivo al rifugio Pellizzo, arrampicata fino alla base della cima, qualifiche, pranzo, salita alla cima, attesa infinita che fa da terreno fertile alle più immani cazzate e alla progettazione di traiettorie in discesa totalmente improbabili, partenza batteria 1, partenza batteria 2, morte. Premettiamo due cose: la qualifica era più pericolosa della gara, con tanto di elitrasportato, e il casino che Luca Bosco e i suoi hanno affrontato per creare in piccolo una replica della Megavalanche merita tutto il rispetto e la gratitudine possibili a questo mondo. Siete i miei santi.

Ma passiamo all’attesa della partenza, con due campi di rocce da affrontare in sequenza di cui ik secondo veramente difficile da fare in sella. Tentativi e teorie si sprecano, finirà che Luca Marizza si butterà sul prato fregando tutti gli sloveni incastrati e resterà primo per un bel pezzo. Bravo.

Da parte mia, e dalla parte posteriore della seconda batteria, trovo un bell’ingorgo precotto e passeggio dignitosamente; poi si aprono pratoni con zolle d’erba che gli ammortizzati non vedono ma che mi bruciano le mani in meno di tre chilometri. Piccola pausa per far rifluire il sangue nelle amni e via! Nel boschetto della mia fantasia trovo alcuni tratti di risalita che un pò mi avantaggiano e poi si scende di nuovo. E qui si apre il regno della Ragley, con sentieri scorrevoli inframezzati da rocce e tratti lenti ed esposti, per poi girare e scendere verso il paese. Sarà tanto agevole questo tratto, che come unico presente con una bicicletta ammortizzata solo davanti arriverò 30esimo su 45. Ecco alcune note salienti:

-Incontro nel bosco uno dei Bertos che cambia una gomma. Dopo dieci minuti, giù per un tratto tecnico, una voce gentile e calma alle mie spalle mi chiederà :”Quando puoi, per favore, riesci a farmi passare?”. Poi il rumore del vento e nulla più. Quando uno è superiore, c’è poco da fare.

-L’omino ciccio con la Specialized tozza che superai spregiando in salita, mi sverniciò poco prima dell’arrivo.

-Il Dom na Matajuri è gestito da un’associazione alpinistica italo-slovena che ha avuto i suoi ruvidi contatti con il nazionalismo del Cai. Sono tipi davvero in gamba: http://www.pdbenecije.it. Dateci un occhio e se potete una mano.

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